Uno scopone mondiale

Quattro giocatori attorno a un tavolino che giocano a scopone: la scena più comune in cui ci si può imbattere entrando in un bar italiano. Certo, alcune regole cambiano di regione in regione, spesso di città in città. Ad esempio giocare l’asso in prima mano per evitare di concedere la scopa può essere consentito in un paese e vietato in quello a fianco, mentre fra il Veneto e il Friuli il re di denari vale un punto, come il settebello. Al di là di queste varianti la passione per lo scopone unisce tutta Italia, dalle alpi fino al tacco dello stivale, un po’ come il calcio. E forse non è un caso se la partita a carte più famosa è legata a doppio filo con quella che rimane l’impresa più grande mai compiuta dalla nostra nazionale. Dino e Sandro contro il “Barone” e il “Vecio”. Sempre quattro giocatori, ma non al Bar: su un aereo. Sul tavolino non i soliti bianchini d’ordinanza, ma la Coppa di Spagna ’82, del Mundial. Zoff e Pertini contro Causio e Bearzot: capitano della nazionale e Presidente della Repubblica contro veterano dello spogliatoio e Commissario Tecnico. Protagonisti di una partita accesa, immortalata in una foto diventata ormai una vera e propria icona.

Franco Causio, aveva già disputato i mondiali del ’74 e, da assoluto protagonista, del’78. Nell’82 aveva giocato solo contro il Perù nel primo girone, quello passato alle spalle della Polonia e con gli stessi punti del Camerun, scavalcato nonostante la stessa differenza reti grazie al maggior numero di gol segnati (2 noi, 1 gli africani). Bearzot come segno della profonda stima che nutriva nei suoi confronti gli concesse gli ultimi minuti della finale, una sorta di passerella come premio a una sfavillante carriera. Fare l’allenatore della Nazionale, lo stiamo vedendo in questo periodo, non è certo un mestiere facile: ogni tifoso convocherebbe giocatori che sono stati lasciati a casa e viceversa. Durante il Mondiale di Spagna Bearzot, che avrebbe compiuto 90 anni questo settembre, si era incaponito su una decisione sempre più contestata: puntare tutto su Paolo Rossi. L’attaccante, coinvolto nello scandalo scommesse scoppiato nel 1980, nei due anni precedenti aveva giocato solo le ultime tre partite del campionato ‘81/’82. Troppo poco per essere in forma. Infatti rimase a secco contro Polonia, Perù e Camerun. La Nazionale, bersagliata da critiche e voci maligne che girano sui giornali, si trincerò dietro al primo silenzio stampa nella storia del suo calcio e affrontò da vittima sacrificale il secondo girone: Italia, Argentina e Brasile. Contro l’Albiceleste arriva una vittoria insperata per 2-1, ma Rossi è ancora a secco. Il Brasile poi batte Maradona e compagni per 3-1: ciò vuol dire che contro di noi ai fortissimi verdeoro basta il pareggio. Sembriamo spacciati, ma come l’araba fenice Paolo Rossi risorge e diventa implacabile: la sua tripletta vale il 3-2 e il biglietto per le semifinali. Da lì in avanti non si fermerà più: doppietta alla Polonia in semifinale e gol alla Germania in finale. Capocannoniere del Mondiale e Pallone d’Oro. Il tutto grazie all’insistenza di Bearzot, padre della decisione più controcorrente e allo stesso tempo giusta che un C.T. della Nazionale abbia mai preso.

Dall’altra parte Dino Zoff e Sandro Pertini, due caratteri completamente all’opposto. Il capitano è un tipo placido, leader silenzioso e hombre vertical. Vince il mondiale a 40 anni (record), quasi al termine di una carriera lunghissima e a 12 anni dal trionfo dell’Europeo del ’68. È l’unico italiano ad aver vinto entrambe le competizioni e, diventato a sua volta C.T., solo gli errori sotto porta di Del Piero, un recupero eccessivamente lungo e l’assurda regola del Golden Gol gli hanno tolto la soddisfazione di arricchire il palmares con la Nazionale ad Euro 2000. Il Presidente più amato nella storia della nostra Repubblica, ex partigiano, possedeva invece un carattere vulcanico: calcisticamente è passato alla storia per la sua esultanza dopo il terzo gol, di Altobelli, contro la Germania: “Non ci prendono più! Non ci prendono più!”.

La sfida leggendaria ha avuto luogo sull’aereo che da Madrid ha riportato gli azzurri a Roma, attesi da un tripudio di gente e bandiere. Quattro giocatori attorno a un tavolo, come nei dopolavoro dei tempi che furono. A giocare a carte e scambiare quattro chiacchiere, dopo una giornata di lavoro. Chiacchiere che si trasformano spesso in accese discussioni in cui ci si rinfacciano reciprocamente gli errori, presunti o ipotetici. Questa partita, giocata su un aereo che recentemente ha rischiato la demolizione e che ora si trova al Museo dell’Aeronautica Volandia, non fa eccezione. La risolve il “Barone” Franco Causio con una giocata degna delle sue finte sul prato verde: gioca un sette singolo dando idea di avere anche quello bello, il Presidente lo lascia passare e Bearzot, effettivo possessore della carta più importante, raccoglie i frutti. Pertini si mette sulla difensiva e dà la colpa a Zoff, ma quando quest’ultimo un anno più tardi appende gli scarpini al chiodo riceve un telegramma: “Vieni a trovarmi. Giocheremo a scopone e cercherò di non ripetere gli errori”. Firmato: Sandro Pertini.

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