Dieci secondi… un’eternità se corre lui.

Il campione giamaicano Usain Bolt lascia dietro di sé una carriera saettante. A partire dal 2004 diviene un professionista, si consacra come uno dei più talentuosi velocisti di sempre. Il 3 maggio 2008 realizza la seconda miglior prestazione di sempre nei 100 metri: 9″76, a soli due centesimi dal primato mondiale del suo connazionale Asafa Powell. Frantuma il cronometro a New York, stabilendo il primato in 9″72, presentandosi così ai giochi olimpici di Pechino da favorito. E non smentisce le aspettative, il velocista stabilisce un ulteriore record con un riscontro di 9″69, pur avendo rallentato vistosamente la sua corsa negli ultimi metri, correndo addirittura con la scarpa sinistra slacciata. Passa dai mondiali di Berlino del 2009, agli infortuni del 2010, per tornare nuovamente in pista a Taegu nel 2011, a Londra nel 2012, Mosca, Pechino, Rio e Londra 2017, quella stessa Londra che gli ha presentato un conto particolarmente salato, un conto da saltare tutto insieme.

Non basta averlo scritto sulle scarpe: forever faster, per sempre più veloce. Non basta avere lo stadio tutto dalla tua.

Bolt, nell’ultima gara della sua vita non vince, arriva terzo, con un tempo di 9″95, annientato da Chris Coleman 9″94 e Justin Gatlin 9″92. Dodici anni dopo Helsinki 2005 sale sul tetto dello sprint Gatlin, il più fischiato, il più criticato; il 35enne riesce nell’impresa che aveva fallito due anni fa a Pechino e l’anno scorso in Brasile, superando di un soffio il 21enne connazionale. Bolt, l’esempio e l’ispirazione, chiude una carriera fantastica nel più amaro dei modi, con un infortunio muscolare che lo blocca mentre sta tentando una difficile rimonta nella finale della staffetta 4X100. Il boato di delusione del suo pubblico è la colonna sonora dell’ultima gara della leggenda in giallo, che finisce a terra con una smorfia di dolore dipinta sul volto.

Mi chiedo come si possa correre un anno in 10″03 e l’anno successivo in 9″69

Queste le parole pronunciate nel 2012 da Carl Lewis, quattro volte campione olimpico di salto in lungo ed ex primatista mondiale sui 100 metri. Tanti, negli anni, sono stati i sospetti riguardo all’uso di sostanze dopanti, tuttavia, nonostante venisse giudicato sospetto il suo non fare riscaldamento, il suo non mostrare segni di stanchezza a fine gara, Bolt non è mai stato trovato positivo e lui stesso ha affermato che le sue vittorie, così come quelle dei suoi connazionali, sono frutto di allenamento e tenacia. Lo sport aveva bisogno di simboli puliti e facce sorridenti, Usain Bolt lo è stato e rimarrà come esempio, il ragazzone con il ballo e la spensieratezza nelle vene, il miglior doping che ci sia. In una conferenza aveva affermato di non poter essere lui a salvare l’atletica dalle malelingue, in realtà, a modo suo, l’ha fatto, trasformandosi in quel fulmine che il mondo aspettava. Elegante e imprendibile, capace di sovvertire il destino. In un’epoca come la nostra di delirio mediatico, Bolt è riuscito a capire come manipolare le telecamere, divenendo passo dopo passo una gloria per la sua patria, la punta avanzata della Jamaica, paese di saette umane.

Usain è il tipico figlio della sua terra, nonché il più adatto a rappresentarla.

Bolt ci ha fatto ridere e ammutolire insieme, ci ha fatto tifare tutti un po’ Jamaica, ci ha riempito di attese nervose di spari e scalfito nella mente le sue facce buffe, le linguacce, gli occhi rotondi e bianchissimi. Ha sempre corso da padrone, facendo sempre ciò che voleva. Potremmo quasi dire: Scacco al re, però sarebbe ingiusto, di lui ci rimarranno le  medaglie, i gesti e i suoi record.

Guarderemo ancora l’atletica senza di lui? Bolt va via senza eredi, uno così mai si è visto e mai si rivedrà.

Però, in fin dei conti, cosa potevamo chiedergli di più? Bye Usain, sei stato più unico che raro.

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