Uno dei ruoli più affascinanti che animano il mondo del calcio è senza dubbio quello dell’allenatore.

A differenza di centravanti e portieri è piuttosto difficile quantificare con precisione quanto influisca sulle sorti della squadra e, forse proprio per questo, è una delle professioni in cui è più facile passare dalle stelle alle stalle, o viceversa, nel giro di qualche giorno. Spesso, tra l’altro, per eventi oggettivamente al di là del libero arbitrio, mero frutto della casualità. Fra le varie massime utilizzate per descriverne la vita una delle più azzeccate recita: “un allenatore deve sempre tenere la valigia pronta”. In effetti spesso l’esonero arriva dopo un minor numero di cattive prestazioni rispetto a quanto si possano aspettare i vari tecnici e talvolta anche quando il campo trasmette responsi tutto sommato positivi i fragili rapporti fra dirigenza, “mister” e squadra possono andare in frantumi. Le dimissioni di Davide Nicola dalla panchina del Crotone sono storia recente ed esemplificano perfettamente la situazione: l’anno scorso guidò i calabresi a una salvezza folle ed insperata e al momento del volontario allontanamento i rossoblu erano comunque fuori dalla zona retrocessione, eppure tutto ciò non è stato sufficiente per non far saltare il banco.

L’allenatore moderno dev’essere tecnico, tattico, psicologo e diplomatico. È il vero punto di riferimento di ogni squadra e uno dei pericoli più grossi che corre è proprio quello di perdere la sua credibilità. Una brutta sconfitta si può superare, un periodo storto si può raddrizzare, ma se i suoi giocatori perdono fiducia non c’è rimedio che tenga. L’allenatore è il capo dello spogliatoio, eppure nella stragrande maggioranza dei casi è pagato meno di chi è tenuto a obbedire ai suoi ordini. Paradosso? Forse, ma allora perché fra il Milan che investe tutto in calciatori e 0 per la guida tecnica e Sir Alex Ferguson che impose di esser pagato più dei suoi giocatori, la media empirica è decisamente più vicina al primo caso che al secondo? Che spendere 250 milioni, passare l’estate a parlare di “cose formali” e poi ritrovarsi a non poter investire del denaro per un allenatore più competente di Gennaro Gattuso sia grottesco è sotto gli occhi di tutti, ma allora perché spesso le cose vanno così?

La motivazione non può essere una sola, ma in questo caso quella più banale è anche la più vicina alla verità: quando i risultati sportivi non arrivano la scelta più semplice, immediata e soprattutto economica è quella di cambiare la guida tecnica. Esonero e licenziamento però sono due cose ben diverse e molto spesso quando una società decide di cambiare “mister” si trova a dover pagare la vecchia guida tecnica fino a quando questa non trova una nuova sistemazione. Per questo i presidenti fanno fatica ad investire per lo stipendio dei propri allenatori cifre coerenti con quelle dei giocatori. Intendiamoci, non mancano gli aspetti positivi anche per i tecnici: se un ipotetico Mario Rossi stesse facendo faville sulla panchina del Cagliari e l’Inter volesse ingaggiarlo gli ostacoli sarebbero direttamente proporzionali all’entità delle remunerazioni. Contratti più bassi e di breve durata sono più semplici da sciogliere. Le motivazioni economiche sono quindi alla base di questa situazione quantomeno bizzarra. Non mi vengono in mente molti altri lavori in cui il capo è mediamente pagato decisamente meno dei suoi dipendenti.

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