Velasco: Come si crea una vera mentalità vincente

velasco officia
Julio Velasco (fivb.org)

Riproponiamo questa settimana un articolo che fu già inserito nella rubrica PistaAlloZen, perchè permette di riconsiderare l’argomento centrale di Ment&Sport in questo periodo: la Comunicazione e la Motivazione. In che modo e con che mezzi un allenatore deve motivare i propri giocatori? Quali sono le parole esatte?
Velasco è stato un  allenatore illuminante. Parlando con Paolo Cozzi, nostro testimonial, è emerso che Velasco era un allenatore in grado di farsi ascoltare, voglio dire, in grado di farsi veramente ascoltare. Sapeva esattamente cosa voleva dai propri giocatori, e sapeva come ottenerla.

Attraverso quella che lui chiama la “cultura degli alibi”, egli ha radicalmente modificato il modo di intendere la Pallavolo in Italia, e questo ha permesso che la nazionale maschile, definita “la generazione dei fenomeni”, vincesse praticamente tutto.
L’idea alla base di questo concetto può essere esemplificata da un famoso detto Zen:  “Se capisci, le cose sono così come sono. Se non capisci, le cose sono così come sono.” Quello che Velasco ha sempre insegnato, il pilastro della propria visione del mondo, è che “la realtà è quello che è, non come voglio che io sia”. Questo significa che prendersela con la realtà perché non si vince o perché non si riesce a fare qualcosa è un atteggiamento da perdenti.
Se la realtà non è modificabile, e quella palla arriva troppo lontano o troppo vicino alla rete per schiacciare bene, allora lo schiacciatore non può trattarla come se la palla fosse alzata bene: deve adattarsi a quella palla ed agire di conseguenza. Questo implica dinamicità di pensiero e azione, saper cogliere in quel momento cosa è meglio fare.

Da questo aspetto non si può prescindere. Ma possiamo anche parlare più in generale: Velasco non vuole “accettare il perché una cosa non si può fare che non sia per la propria responsabilità”, cioè, non accettare dai propri giocatori la frase “non posso farlo questo perché..” se il “perché” non c’entra con loro. Se sbaglio, e se secondo me ho sbagliato perché non sono abituato a giocare alle 10 del mattino o perché i fari della palestra sono troppo forti e mi abbagliano, allora sto cercando alibi, sto allontanandomi dalla mia responsabilità. Quello che vuole dai propri giocatori insomma è che non cerchino scuse. Il che è particolarmente difficile perchè è sempre più comodo incolpare qualcuno o qualcosa dei nostri insuccessi.

Ma cadute tutte le maschere la verità è una sola: entro i limiti della fisica e del campo in cui gioco, io sono completamente responsabile dell’esito della partita. Questo comporta immediatamente un altro assunto importante: “l’idea della perfezione è un’idea da perdenti”. Tutti sanno che se si è perfetti si vince, è una tautologia!
Quello che bisogna insegnare è come si vince anche se non si è perfetti, soprattutto perché NON si è mai perfetti. “Io voglio schiacciatori che schiaccino bene palle alzate male, perché quelle alzate bene le schiacceranno benissimo”, afferma Velasco.
Se non si è perfetti, allora vuol dire che si commettono errori, è un fatto del quale bisogna tenerne conto: gli errori vengono commessi, tutti sbagliano!
Allora, cosa fare di fronte ad un errore? In primis, non reagire ad esso.
Il ricevitore spara in tribuna una battuta lenta? Tutti hanno visto che è colpa sua, lui soprattutto lo sa, ebbene: non fare niente, non dire niente. A cosa servirebbe un rimprovero dell’allenatore: “NO! Così non va bene!”? Lo sa anche lui che non va bene, l’allenatore non serve a questo.  Comportarsi esattamente come se nulla fosse accaduto. Oltre che a destabilizzare l’avversario (“questi sbagliano e non fanno una piega??!”) tale atteggiamento aiuta perché permette alla squadra di pensare subito alla palla successiva, al momento dopo. Si vive la partita come insegna lo Zen: azione dopo azione.
Completamente immersi nel presente, si gioca un palla alla volta.
Imparare a giocare così, e a vivere così anche, è la vera chiave per vincere. Allora l’allenatore diventa il maestro che guida i giocatori a questa verità, che spesso è misconosciuta. Motivare non vuol dire convincere i giocatori a vincere: chi scenderebbe in campo per perdere? Sarebbe come intavolare una discussione e voler avere torto. I giocatori già lo sanno che l’obiettivo è battere gli altri. Semmai l’allenatore deve trovare il modo per vincere, deve cioè saper trarre il meglio dai propri giocatori. Trovare gli alibi non aiuta, è controproducente anzi.

Ma nonostante ciò, i giocatori possono sbagliare, e qualora venga male l’alzata, di chi è la colpa? Velasco parla dell’inevitabile scarica-barile fra i compagni: lo schiacciatore sbaglia perché la palla è alzata male, si lamenta con alzatore che risentito chiede al ricevitore di ricevere meglio, il ricevitore si gira e non vede nessuno.. può forse chiedere agli avversari di battere più piano?
In definitiva, la colpa non è mai da attribuire a qualcuno, perché se il ricevitore riceve male, l’alzatore deve adattarsi a quella palla lenta e alzare meglio che può, e così via. Non importa chi commette l’errore, l’azione è comunque passata, è finita. Si pensa a quella successiva. L’ imperativo è dimenticare l’azione precedente, soprattutto quando non si è più in battuta.

Ma l’errore da qualcosa dal quale non possiamo prescindere diventa assume anche una connotazione positiva: diventa parte integrante del percorso per imparare.
Qui c’è ancora un forte richiamo allo Zen, l’allenamento e la determinazione non portano alla perfezione, semplicemente migliorano l’atleta. Quando si parlava dell’agire Zen si parlava dell’azione naturale, spontanea, che non è “fare le cose a caso”, ma fare le cose nel modo migliore. Velasco non dice altro che questo: data una determinata situazione, il giocatore deve adattarsi ad essa e scegliere l’azione migliore per quella situazione. Azione che è inevitabilmente diversa di volta in volta.
Sapersi adattare alla realtà implica una serie di postulati che devono essere accettati.
Il primo è che possiamo cambiare noi stessi, il modo di giocare, il modo di allenarsi, il modo stesso di vivere la partita. Per fare ciò occorre determinazione ma soprattutto fiducia.
Fiducia in se stessi, nei proprio compagni e nel mister. Giocare in una squadra, dice Velasco, vuol dire stabilire dei ruoli, sapere chi fa cosa e quando. Senza questo non si va veramente da nessuna parte. Ancora una volta fondamentale il ruolo dell’allenatore. L’allenatore deve saper trasformare il gruppo in una squadra. Un gruppo è un insieme di persone che fanno qualcosa. Una squadra è un gruppo organizzato: esistono ruoli (stabiliti dall’allenatore) esistono compiti ed esiste un obiettivo comune. Non a caso si parla di sport “di squadra”, non di gruppo. Così come un puzzle è formato da tanti pezzi diversi, per completarlo ogni pezzo deve essere messo ESATTAMENTE LI’, non può andare anche in altre posizioni; una squadra è strutturata allo stesso modo. L’allenatore deve incastrare tutti i pezzi e creare il puzzle.

Un’altra immagine molto suggestiva che Velasco usava per “educare” i propri giocatori è quella delle tre partite.
La prima partita è contro i propri difetti e i propri limiti. Bisogna prendere coscienza che di limiti e difetti siamo pieni ed è pieno il mondo, la squadra vincente sa mascherarli e combatterli.
La seconda partita è contro le difficoltà. La difficoltà è vista come un impedimento, come quel “qualcosa” che mi impedisce di giocare come so e come voglio. Ebbene, una partita in cui non ci sono difficoltà è una partita che non esisterà mai, alle difficoltà ci si oppone adattandosi a loro.
Vincendo le prime due partite inizia la terza, che è contro gli avversari. Se il processo di miglioramento è stato seguito, la vittoria in questa terza prova sarà sicuramente più facile. Ma non è sicura, non lo è mai.
Perché le cose possono andare male, e non solo nello sport, e delle volte, se una cosa va male, è semplicemente perché è andata male. Perché così come esisto io, esiste la mia squadra ma soprattutto esistono gli altri. La vera mentalità vincente consiste nel prendere atto che delle volte si perde perché gli altri sono stati più bravi di noi.

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