Vinci o ti fischio. Sono veramente gli ultras che governano una squadra?

Il 12 dicembre del “fu duemilaquattordici” uscì un articolo su repubblica.it che è facilmente collocabile sulla scia di altre nostre pubblicazioni sul tema: “Problemi del calcio italiano”.
Il problema all’ordine del giorno è il rapporto squadra-tifosi.
Già ammettere che ci sia un problema è sintomatico del fatto che qualcosa non va, come fanno ad esserci dei problemi fra i tifosi e la loro squadra? È quasi paradossale. Ad ogni modo, nell’articolo la parola scelta per esprimere la situazione dell’Italia negli stadi è: insoddisfazione.
Già quest’anno in serie A si sono verificati esempi di eccessivo potere delle tifoserie, ma in passato se ne sono viste di peggio.
La lista è lunghissima, ma non possiamo stare qui a fare una fenomenologia del tifoso, quello che succede ed è successo è materiale di cronaca. Fatto sta sempre di più il tifoso medio allo stadio fischia, ciò è innegabile. Gasperini, allenatore del Genoa, in una frase riassume completamente il tutto: “”Ditemi voi cosa volete dal Genoa: che vinca tutte le partite? Che non sbagli mai? Questo clima non lo riconosco, questa tendenza ad aspettare il risultato negativo per lamentarsi è assurda”. E come a Genova, la situazione è la stessa, vedi a Bergamo, a Napoli, vedi la cacciata di Mazzarri dall’Inter (di fatto voluta e ottenuta dalla curva). Al primo passo falso, al primo tentennamento, la lamentela è immediata. Quasi come se fosse meglio, se fosse più liberatorio, fischiare quando le cose vanno male piuttosto che godere quando vanno bene.

Forse che nel calcio stiamo convogliando quel senso di malessere generale che emanano tv e giornali? Forse il calcio è veramente diventato l’unico modo (o il modo più diffuso) per sfogarsi, per staccare un attimo dai propri problemi? Forse, ma se così è, è vissuto decisamente male.
Se il calcio è liberazione, è svago, è distrazione, il fischio di disapprovazione perde di significato. Non è più nemmeno concepibile. Io sto con la mia squadra, sempre.
Il Borussia Dortmund (due anni fa finalista di Champions) è ora stabilmente nelle ultime posizioni della Bundesliga, eppure riempie lo stadio. “E se tu cadi, io sto con te”. Così recitava uno striscione in curva.
E invece in Italia ciò non è pensabile, qui qualche anno fa i tifosi del Genoa hanno FATTO TOGLIERE LE MAGLIETTE AI GIOCATORI, dopo una partita, perchè ritenuti indegni di indossarle. Ecco, in quella occasione è stato raggiunto il massimo degrado possibile, scene veramente da cavarsi gli occhi a mani nude.

Forse questo (i fischi, le contestazioni) accade perchè si pensa che il calcio possa essere più di un semplice sport, forse perchè abbiamo indebitamente creato un parallelismo tra la nostra squadra e la nostra vita, le abbiamo fatte coincidere, e adesso vogliamo che vada sempre bene, vogliamo vederla (e vederci) vincere sempre; e quando ciò non accade, beh è sempre più facile lamentarsi che rimboccarsi le maniche.
Ma abbiamo perso di vista il quadro complessivo della situazione, fischiamo i passi falsi delle nostre squadre ma non ci rendiamo conto che non lasciamo la possibilità e la serenità necessaria per lavorare e migliorare. È ancora lo stesso problema del “tutto facile e soprattutto subito”.
Ma questa è una lezione che dobbiamo ancora imparare: non si può vincere sempre, le cose non andranno sempre bene; ma non per questo dobbiamo pensare che sia tutto da buttare, che non ci sia possibilità di riuscire ad alzare la testa. L’Italia, calcistica e non, non l’ha ancora imparato. E, forse, non lo imparerà mai.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *