Zen e maestri

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Abbiamo visto nel corso di queste uscite bisettimanali quale sia il contributo della filosofia Zen alla pratica sportiva.

Un contributo che è evidentemente di natura mentale, psicologica appunto. Un nuovo punto di vista, un approccio mai pensato prima che invece permette di rivedere completamente lo sport che si sta praticando e chi lo sta praticando. Il riferimento al soggetto quindi diventa imprescindibile.

Proprio perché lo Zen insiste sul soggetto che compie l’azione, più che sull’azione stessa, è fondamentale sottolineare come questo cambio di prospettiva non possa avvenire senza l’aiuto di qualcuno. Perché, come ho più volte ripetuto, nello Zen (ma forse anche nella vita) non ci si salva mai veramente da soli. Già di per se l’uomo è sempre immerso in una fitta rete di relazioni, tanto che la comprensione di sé passa anche attraverso gli altri. Ma qui non sto parlando in astratto, nello zen c’è sempre bisogno di un altro al proprio fianco.

È a questo proposito che la figura del maestro assume importanza. Se lo Zen è quella strada che ci permette di raggiungere il satori, e raggiungere uno stato di equilibrio mentale in cui si impara a vivere serenamente, con piena felicità, è anche vero che il cammino da intraprendere ci deve essere indicato da qualcuno. Questo qualcuno è il maestro. Il rapporto maestro-allievo risulta essere decisivo. Già si è potuto constatarlo con “lo Zen e il tiro con l’arco”. Tale rapporto, secondo la tradizione antica, fa parte dei legami fondamentali della vita e investe il maestro di un’enorme responsabilità, molto al di là dei limiti della sua materia. In questo rapporto, il maestro non spinge e l’allievo non corre. Il maestro spiega come bisogna agire, mostra con l’esempio quale sia la strada (che si tratti di tendere un arco, giocare a pallavolo, preparare il tè o semplicemente fare una passeggiata) e quale sia il modo corretto. Poi fa sì che l’allievo lo impari da sé.

Si entra nel mondo dello Zen grazie a qualcuno che ci tocchi nel sonno, ma che poi rimanga accanto al nostro letto aspettando pazientemente il momento in cui ci saremo veramente destati. Questo fare non invadente del maestro implica che l’allievo trovi la sua personalità da solo. Anche quando si tratta di sottoporre i koan, i maestri si limitano solamente a consegnare questi preziosi indovinelli agli allievi per poi aspettare che vengano risolti. Si potrebbe quasi dire che un maestro zen non insegni nulla, ma semplicemente che insegni ad imparare. Che è ben diverso. Ma attenzione, così come il dito che indica la luna non è la luna, le parole dei maestri non sono la saggezza. Essi sono propedeutici all’apprendimento, ma devono essere sapientemente abbandonati una volta che si è in grado di proseguire. Quando Herrigel coglie veramente l’idea alla base del “tiro non-tirato” il maestro gli dice che da quel momento in poi il suo aiuto non sarebbe stato più necessario.

Questo è il maestro: colui che supporta l’autonomia, colui che è pronto a scomparire nel momento in cui l’allievo trova la propria strada.

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