Zen, ori e carabine. La rinascita di Niccolò Campriani.

“smetta di pensare al momento del tiro, non potrà che fallire!”
“non posso fare altrimenti, la tensione diventa troppo dolorosa”
“lo è perché lei non si ancora distaccato da se. Lasci che la tensione raggiunga il suo limite, così il colpo si staccherà dall’arciere come la neve dalla foglia di bambù, senza che ci pensi”.

Da “Lo Zen e il tiro con l’arco”

Questo dialogo, fra Eugen Herrigel (l’autore de “Lo Zen e il tiro con l’arco”) e il suo maestro Kenzo Awa, rappresenta tutta l’essenza del libro e, molto più in generale, contiene il cuore dell’insegnamento dello Zen applicato allo sport.
Nella rubrica Pista allo Zen abbiamo largamente affrontato la questione: il concetto base, per quanto riguarda questa disciplina, è che il tiro perfetto è quello che viene scagliato senza avere l’intenzione di scagliarlo, in altre parole, è quello che sopraggiunge, inaspettato: il tiro che si tira da solo.
Per far sì che ciò avvenga occorre che l’arciere (e per estensione lo sportivo) sia completamente distaccato da se stesso, in uno stato psicofisico di abbandono, di leggerezza e vuoto interiore. Occorre, in altri termini, conoscere lo Zen e aver intrapreso il cammino verso l’illuminazione (satori).
Tale percorso di ricerca personale e il conseguente “risveglio” si è rivelato prezioso, per non dire fondamentale, per l’esperienza umana e sportiva di Niccolò Campriani.

Campriani, eroe nazionale delle ultime olimpiadi di Rio con due ori nel tiro a segno (carabina 10 metri e carabina 50 metri da 3 posizioni) nel corso della propria carriera ha avuto una vera e propria crisi, dalla quale ha rischiato di non uscire più.
Si avvicinò al tiro a segno grazie al padre, un tiratore amatoriale, che lo portò al poligono di tiro di Bibbiena, fu lì che scattò la scintilla fra il piccolo Niccolò e la carabina.
L’amore per il tiro a segno lo accompagnerà fino alle sue prime olimpiadi, quelle di Pechino 2008, dopo aver mostrato ottime potenzialità durante i Campionati Europei juniores (tre argenti e un bronzo) e i Mondiali Juniores (argento).
Pechino rappresentava per Campriani la propria rampa di lancio per una carriera radiosa, ma fu invece l’inizio di un intenso periodo di crisi, non solo dal punto di vista sportivo ma soprattutto dal punto di vista esistenziale, perchè Niccolò in Cina fallì l’ultimo colpo per l’accesso alla finale della sua specialità, la carabina 10 metri. Eliminato dalla finale per un punto, fece un 8; o, se preferite, mancò la finale per circa 1.5 mm (la distanza minima fra un 8 e un 10 è di poco più di 3 mm).
Un’inezia, eppure quel poco più di niente bastò a farlo fuori, all’ultimo colpo. Una sentenza che nel Campriani 21enne peserà come un macigno.

Bisogna fare attenzione però e non fraintendere, perchè il vero motivo della crisi non fu tanto quello di non essere riuscito a qualificarsi per la finale, ma è stato sapere di non esserci riuscito esclusivamente per l’ultimo colpo. C’è, se si riflette, un’enorme differenza.
Il fallimento cinese installò in Campriani quella che si potrebbe definire la “sindrome dell’ultimo colpo”, la paura di fallire il tiro iniziò a tormentarlo, la possibilità di sbagliare e di tradire le attese lo bloccarono e paralizzarono. Dopo Pechino non era più in grado di sparare, perchè non sapeva più quando era il momento giusto per farlo.
Quando non si è sicuri che sia il momento giusto per agire cosa si fa? Si attende che arrivi il momento ideale. Ma se il momento giusto non arriva? Se dentro di noi sentiamo che non siamo ancora pronti, che è meglio aspettare ancora un secondo, o una migliore posizione? Si rimanda la decisione, la si rimanda una, due, tre volte e ad un certo punto ci accorgiamo che non siamo più capaci di agire, troppo spaventati di sbagliare, preferiamo evitare di farlo.
Ebbene, Campriani, dopo Pechino, non riusciva più a capire quando premere il grilletto.
Questa fase di impasse, questo stallo dal quale Niccolò voleva disperatamente liberarsi è lo stesso dilemma ben descritto da Herrigel: quando si è pronti a scoccare la freccia?
Il filosofo tedesco ci mise quasi 6 anni a trovare la risposta a questa domanda, a Campriani invece ne bastarono 4: nelle successive Olimpiadi, Londra 2012 vinse un oro e un argento, le sue prime medaglie olimpiche.
Fra il fallimento cinese e la rinascita inglese però ci fu un percorso di profondi cambiamenti e di riflessioni, Campriani dedicò anima e corpo a se stesso, a trovare la via verso il colpo perfetto.
Si laureò in Ingegneria manageriale alla West Virginia University, e in America fu indirizzato ad una più attenta introspezione e all’analisi della propria interiorità, conobbe gli elementi teorici fondamentali della filosofia Zen, alla quale unì principi di psicologia dello sport, e,
manco a dirlo lesse Herrigel.
Cartesio diceva “vincere se stessi piuttosto che il mondo”: Campriani vinse entrambi, a Londra e quest’estate a Rio.
Nel 2013 uscì la sua autobiografia, “Ricordati di dimenticare la paura”, nel quale descrive in prima persona i propri stati d’animo durante le finali inglesi e come riuscì a vincere i propri demoni.

Il suo traguardo però non è proprietà esclusiva di chi pratica il suo sport, leggere della sua vicenda e capire a che svolta egli sia arrivato può aiutare qualsiasi genere di atleta sportivo.
Perchè Campriani non perfezionò la propria tecnica, ma modificò il proprio approccio.
Scoprì che il primo avversario da battere è la paura, che nel suo caso era centuplicata dalla “sindrome dell’ultimo colpo”; imparò, come è evidente dal titolo del suo libro, a dimenticare la paura, a lasciarsi alle spalle il terrore di sbagliare e l’ossessione del momento giusto.
Dimenticare la paura significa sia smettere di pensare agli errori passati sia a quelli futuri; il che vuol dire, come rimarca lo Zen, imparare a rimanere nel qui-e-ora delle cose: in questa partita, in questo tiro, in questo momento.

Ma affinchè si possa fare questo occorre intraprendere lo stesso percorso intrapreso da Herrigel: è il percorso dello Zen.
Perchè nessuno può approdare al qui-e-ora senza aver prima svuotato la mente e abbandonato l’idea del “me-stesso-che-fa-cose”; se le cose accadono, ebbene noi dobbiamo imparare ad accadere con loro interrompendo il flusso vorticoso dei nostri pensieri finchè la nostra mente non rimanga galleggiante, anestetizzata.
Esercitando quotidianamente il distacco dall’idea di noi stessi si impara a gettare via i pensieri che distraggono, si impara a non- pensare, si inizia a vivere con la massima armonia e serenità.

Questa serenità, questa condizione di pace interiore poi bisogna che venga applicata al proprio sport, e, nel caso di Campriani, al momento del tiro.
In quel momento lì, in quell‘istante fra il respiro e il dito che preme il grilletto (o che lascia partire la freccia) c’è il vero cuore dello Zen. Accettare quel momento e saperci convivere per poterlo superare è stata la vera vittoria di Campriani.

Perché dimenticata la paura bisogna dimenticare tutto il resto, e così, con la carabina in mano bisogna che scompaiano tutte le altre cose.
Ma un conto è dirlo, ben altro è essere in grado di farlo.
Provate a non pensare ad un albero.
Cosa vi viene in mente?
Ecco, quando si impara a non pensare ad un albero allora si ottiene la chiave di volta.
Questo discorso è valido per qualsiasi sport, e, molto più in generale, per la vita; perché la mente sgombra è fondamentale ovunque, al lavoro, a casa, persino nella briscola al bar con gli amici.

Sì, forse lo sport di Campriani si presta meglio a questo tipo di ragionamento perchè il tiro a segno offre un’associazione immediata: si gioca tutto proprio sul momento esatto in cui si è pronti a sparare.
Ma lo sport è fatto di momenti in cui decidere di agire e così lo Zen e la storia di Campriani servono lo stesso quando si calcia una punizione, o quando si serve a tennis, o se si è in ricezione a pallavolo.

In quel momento, una frazione di secondo prima dell’azione, si deve avere la perfetta disposizione d’animo.

Ecco che allora, nell’istante prima del tiro, quando si è perfettamente liberi, scompare tutto: non esiste più nulla, non c’è più la fidanzata o la moglie, né i genitori, nessun problema o futile preoccupazione, non c’è mai stato il colpo sbagliato a Pechino, o la cena, la colazione, il pubblico e il tabellone, il punteggio o gli avversari, la rete, la pallina e la racchetta; non c’è più nemmeno la partita, non c’è nessuna finale, non c’è neanche l’Olimpiade.
C’è il vuoto totale intorno, e dentro il vuoto ci siete voi, quel momento e il vostro respiro, calmo, sereno, controllato e sicuro.. poi, tutto avviene naturalmente, così come il suono segue colpendo il metallo, il colpo è partito, la punizione si calcia da sola, la racchetta colpisce la pallina spontaneamente, non ve ne accorgete nemmeno.
Subito dopo, è il boato.
Venite riportati in questo mondo, tra la folla e gli spettatori, con lo speaker che urla il vostro nome e i compagni che vi abbracciano, riecco la finale, ritornano le cose che avevate eliminato, ecco il goal, ecco il punto, ecco il tiro.

Poi un sorriso, il pugno che si alza in segno di vittoria, e due nuovi ori olimpici.

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